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BOZZA in aggiornamento

QUALI PROPOSTE DEVE AVANZARE LA CGIL

PER RISPONDERE EFFICACEMENTE AD UN MONDO

IN PROFONDA E RAPIDA TRASFORMAZIONE?

 

Nicola Nicolosi - Componente CD Cgil Nazionale

 

Nell’ormai imminente scadenza congressuale, la Cgil, dovrà affrontare scelte strategiche molto difficili e di portata straordinaria. Ha voltato pagina rispetto al recente passato nella sua proposta politica, nell’ingresso in segreteria di nuovi dirigenti e nell’emancipazione dal rapporto di dipendenza dalla “ditta”, il Pd, che ormai ha cambiato la sua ragione sociale, raccogliendo voti solo dalle classi agiate e allineandosi al campo neoliberista del ricostituito Direttorio Merkel-Macron.

Il nostro orizzonte va allargato alla dimensione europea e mondiale, che è sempre più vincolante per il nostro futuro. Il pensiero unico della globalizzazione concorrenziale finanziaria neoliberista sta moltiplicando le emergenze sociali ed ambientali portandoci verso un “caos sistemico”, caratterizzato dall’impoverimento delle condizioni di vita, dal collasso ambientale e da una terza guerra mondiale strisciante, già in atto, per l’egemonia, che vede una tendenza al riarmo anche nucleare.

Emerge sempre più lo squilibrio crescente fra la dimensione planetaria dei problemi e quella inadeguata degli stati, incapaci di rispondervi, dominati dalle regole della concorrenza oligopolistica della finanza globale, che spiana la via alla svolta autoritaria d’una “postdemocrazia” che concentra sempre più il potere in istanze tecnocratiche sovranazionali (come la Troika), sottratte a qualsiasi controllo elettivo. L’oligarchia regnante, costituita da un gruppo estremamente esiguo di grandi imprese oligopolistiche, grandi banche mondiali e piattaforme digitali che praticano il “dumping” lavorativo e fiscale su scala globale, impone i propri obiettivi di profitto privato agli stati con devastanti politiche di austerità e il ricatto di attacchi speculativi con una sorta di polizia neoliberista (la “disciplina di mercato”).

Ne è derivato un enorme trasferimento di ricchezza dal profitto alla rendita finanziaria fittizia che ha preso il posto della produzione reale, saltando il lavoro e aumentando enormemente le diseguaglianze fra individui e territori, con un impatto recessivo, sgretolando le classi medie, impoverendo il lavoro e polarizzando la società, eliminando l’ascensore sociale e favorendo la crescita di populismi radicali.

La crisi economica non è finita, perché l’enorme immissione di liquidità da parte delle banche centrali, ora in via di esaurimento per evitare lo scoppio d’una nuova bolla finanziaria, ha prodotto solo una ripresa stentata e senza occupazione, incapace di avviare un nuovo ciclo di sviluppo dell’economia reale a causa della carenza di domanda solvibile, perché senza sbocchi nei consumi, “il cavallo non beve” e i capitali cercano maggiori guadagni nella finanza fittizia. L’austerità espansiva e la concorrenza fondata sulla svalutazione interna hanno causato il taglio di salari e pensioni, della spesa sociale e del pubblico impiego a fini concorrenziali, per la conquista dei mercati altrui, con politiche deflattive, ma il risultato è a somma negativa, perché i vantaggi di un paese sono ricavati dal declino degli altri, come avviene ora in Europa, ponendo un vincolo alla crescita derivante dall’eccesso di capacità produttiva rispetto alla domanda solvibile in progressiva riduzione, specie in assenza d’un consumatore d’ultima istanza come erano un tempo gli Stati Uniti, e lasciando inalterato in modo ancora più acuto il problema degli sbocchi, tuttora irrisolto.

I paesi che hanno meglio resistito alla crisi sono quelli che presentano un maggiore intervento pubblico nell’economia e gli investimenti pubblici innovativi sono determinanti perché la carenza di domanda impedisce quelli privati.

Stiamo vivendo una “terza rivoluzione industriale” che cambierà complessivamente l’intero assetto sociale con una nuova “grande trasformazione” che, per i suoi caratteri assai preoccupanti, è stata da alcuni definita una “grande regressione” della civiltà.

Ne deriva l’urgenza di proporre e sperimentare altre strade, fuori dalla cappa neoliberista, perché la dimensione globale dei problemi che ci affliggono può essere affrontata solo attraverso un profondo mutamento dei rapporti economici, politici e sociali su scala continentale e globale attraverso una governanza collaborativa e solidale. Gli interessi nazionali possono essere difesi non in un’impotente illusione autarchica ma solo in un contesto di cooperazione mondiale che è oggi tutta da costruire.

L’Unione europea, divenuta l’epicentro della crisi mondiale, sconta il suo difetto d’origine improntato al liberismo selvaggio, fondato sul pilastro della concorrenza e sulla costituzionalizzazione delle politiche dell’austerità, che impongono parametri sempre più stringenti e recessivi (Maastricht e Fiscal compact) con “riforme strutturali” neoliberiste, fondate sul rigore fiscale, svalutando e individualizzando il lavoro, sacrificando i diritti sociali e favorendo il capitale finanziario, riducendo la sovranità popolare e imponendo la spoliticizzazione del mercato e la sterilizzazione del conflitto sociale. L’euro è una “moneta unica” con prezzi diversi in ogni paese (a causa dello spread, che penalizza i più deboli) e l’Unione monetaria non è ottimale perché non compensa la crescente diseguaglianza prodotta dalla moneta unica con trasferimenti fiscali compensativi, portando ad una crescente, insostenibile divergenza strutturale fra paesi ricchi (a partire dalla Germania), e poveri e a un progressivo sfaldamento economico e politico dell’Unione, governata da una burocrazia autoreferenziale incapace di rappresentare i sentimenti e le speranze delle popolazioni; favorendo inoltre, in assenza di alternative credibili, un ritorno alle chiusure identitarie sulla base del rancore e dell’odio.

L’attacco è rivolto anche contro il sindacato, in particolare quello confederale, come espressione della solidarietà di classe, per indebolirlo e mutarne la natura, asservirlo ai disegni neoliberisti, sopprimendo la contrattazione nazionale, limitando il diritto di sciopero, liberalizzando i licenziamenti, con una guerra di classe che ha ridotto la sindacalizzazione.

L’Italia è il fanalino di coda europeo ed è avviata ad un progressivo crescente declino, per il dualismo nord-sud, l’invecchiamento demografico, la carenza di ricerca e investimenti nei nuovi settori che impone importazioni di tecnologia, un mercato del lavoro molto debole e un tasso di attività femminile bassissimo, un’esportazione di laureati che non trovano sbocchi adeguati nel paese, l’assenza d’una politica industriale indispensabile ad affrontare questi problemi. Tutto ciò ha determinato la crescita di due opposti populismi che accentuano ulteriormente i problemi.

L’uscita dall’euro esporrebbe l’Italia, caratterizzata da un’economia di trasformazione con un enorme debito, agli assalti della speculazione mondiale, e in un’economia mondiale fondata su attori continentali non offrirebbe alcuna autonomia economica, per cui la strada indispensabile è quella della costruzione d’un fronte di forze politiche, sindacali e sociali europee per cambiare le regole (superamento del pareggio di bilancio e banca centrale prestatore di ultima istanza per gli stati) e costruire un’altra Europa, più democratica, egualitaria, sociale e solidale.

La disperazione - di fronte a un neoliberismo imperante delle istituzioni autocratiche, sempre più distanti e insensibili ai bisogni delle popolazioni, che ha fatto crescere diseguaglianza, povertà e disoccupazione, ed è riuscito a convertire alle proprie logiche anche la vecchia sinistra socialdemocratica - ha portato all’esplosione della rabbia e ad un voto di protesta che ha aperto la strada a soluzioni populistiche semplicistiche e inefficaci, spesso caratterizzato dal sovranismo fascista, tanto in Europa che negli Stati Uniti, come unica alternativa visibile, sia pure del tutto ingannevole, al neoliberismo.

Occorre costruire un soggetto collettivo europeo, contrapposto sia al neoliberismo che al populismo, formato da sindacati, movimenti sociali e partiti di sinistra alternativa, anche con la costruzione d’un vero sindacato vertenziale europeo, capace di contrastare una controffensiva sindacale, il neoliberismo ed i rigurgiti nazionalisti e xenofobi, per costruire un altro futuro solidale e delineare un diverso modello di società e di sviluppo sulla base d’una visione globale a lungo termine. Orientando gli obiettivi immediati su un disegno strategico di trasformazione sociale che favorisca una ripoliticizzazione di massa e l’aggregazione d’una capacità di risposta alternativa efficace con proposte coraggiose per un cambiamento radicale delle politiche economiche, ponendo al centro la crescita dell’occupazione, la tutela del lavoro, la lotta alla diseguaglianza, la ripresa degli investimenti pubblici.

Nel suo prossimo congresso la Cgil dovrà affrontare il problema di come attrezzarsi per definire una strategia che la ponga in grado di resistere e di offrire una diversa prospettiva ad una società in profonda crisi e incapace di sperare nel futuro, in una situazione di grande incertezza e instabilità, caratterizzata da continui, rapidi e profondi cambiamenti che investono l’economia, la politica e la società.

Le proposte della Cgil sulla tutela dell’occupazione vanno proseguite, come pure il “Piano per il lavoro” che deve però vivere con i “cento fiori” delle piattaforme, alleanze, vertenze e mobilitazioni locali, e della Carta dei diritti, per restituire tutele, diritti e dignità al lavoro, cancellando le molte ferite inferte dai provvedimenti neoliberisti negli ultimi decenni. Per ricucire il rapporto fra il sindacato e coloro che intende rappresentare, in presenza d’un nuovo assetto produttivo disperso e spesso effimero, che riduce strutturalmente l’incidenza delle categorie sindacali, occorre rafforzare la confederalità, da estendere a tutte quelle figure oggettivamente dipendenti, perché eterodirette, ma sfrangiate nella loro identità dai nuovi incerti rapporti precari di lavoro. È fondamentale il radicamento nel territorio, che è il luogo decisivo per la riunificazione dei mille rivoli in cui è oggi dispersa la classe lavoratrice.

Questo testo intende rappresentare soltanto un contributo al dibattito pre-congressuale e mettere a confronto le diverse idee e opinioni, che rappresentano la ricchezza della Cgil come sindacato pluralista e generale. Dopo le elezioni politiche del 4 marzo 2018, non si può più tergiversare, serve essere più radicali nelle proposte, seppur non estremisti. Essere chiari nelle proposte rafforza l’autorevolezza della nostra Organizzazione.

 

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