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La Cgil, impegnata nel suo lungo percorso congressuale, non sta offrendo una buona immagine di sé

Non abbiamo nemici interni, guardiamo ai contenuti e vogliamo il rispetto delle regole”

Intervista a Nicola Nicolosi, Coordinatore nazionale di ‘Democrazia e Lavoro’: “Senza un collante politico unitario e senza regole, si finirebbe per minare l’intero progetto politico della nostra organizzazione. Devono tornare al centro della discussione congressuale i contenuti, il merito, la proposta politica, la valorizzazione del pluralismo della Cgil”

 

Qual è lo stato del confronto in Cgil, mentre il congresso della più grande organizzazione sindacale italiana entra nel vivo? Abbiamo girato la domanda a Nicola Nicolosi, Coordinatore nazionale di ‘Democrazia e Lavoro’, area di minoranza della sinistra sindacale, introducendo così la nostra intervista.

“Il segretario generale Susanna Camusso ha fatto una proposta, indicando il nome del suo successore – osserva Nicolosi – e ciò ha scaturito una serie di riflessioni e di prese di posizione. E’ dunque utile e necessario fare il punto della situazione, provando a porre sul piatto da un lato il rispetto (o meno) del sistema di regole che ci siamo dati e, dall’altro, continuando a ragionare di contenuti, mettendo a fuoco il ruolo che gioca o potrà giocare la Cgil in questa fase storica vissuta dal Paese. Vorrei dunque – conclude a riguardo Nicolosi – provare ad articolare una riflessione con l’obiettivo di fornire un contributo alla discussione, e favorire una chiusura del congresso senza traumi e senza strappi”.

 

Cominciamo allora dalla presa di posizione di Camusso, che ha indicato il nome di Maurizio Landini.

La presa di posizione è stata assunta a maggioranza nella Segreteria Cgil svoltasi l’8 ottobre, e si è comprensibilmente aperto un dibattito sulla scelta operata dal Segretario, definita più o meno giusta. Ma io vorrei, in primo luogo, compiere un passo indietro di natura metodologica, tanto per cominciare, ben sapendo che il metodo è esso stesso merito: ritengo che siano state operate forzature di varia natura, avendo tutti noi assistito al compimento di scelte al di fuori della competenza della Segreteria. Lo Statuto della nostra organizzazione ha consegnato criteri e indicazioni per individuare il Segretario generale ad altri organismi dirigenti, ossia al Direttivo e all’Assemblea generale della Cgil. Quello compiuto dalla Segreteria l’8 ottobre, indicando un nome per la successione, rappresenta dunque uno strappo, una forzatura allo Statuto.

La tua disamina è preoccupante. C’è da temere per il futuro della Cgil?

No, in Cgil ci sono dirigenti capaci che hanno storia e qualità e non rischiamo certo il diluvio dopo la Segreteria di Susanna Camusso. Va aggiunto – a prescindere da chi sarà eletto Segretario alla fine del percorso congressuale – che la Cgil ha sempre saputo esprimere dirigenti di assoluto spessore. Quando ancora Camusso era iscritta alla Uil, la Cgil esprimeva dirigenti del calibro di Lama o Pizzinato, poi vennero eletti Trentin o Cofferati, e nel corso di quei decenni la Cgil seppe offrire al Paese uno spessore politico che le permetteva di intervenire su ogni dinamica politica con assoluta e indiscutibile autorevolezza. Veniamo da lontano, insomma, e anche per gli anni a venire la Cgil si mostrerà in grado di esprimere dirigenti di valore.

 

Non si può però negare che la qualità dello scontro politico-sindacale in atto, anche intorno al congresso della Cgil, sia particolarmente deludente.

Indubbiamente il dibattito attorno al nostro congresso assomiglia ad un’arena, e chi ha voluto creare un clima del genere ha commesso un grave errore, in primo luogo politico. Operare uno strappo alle regole, disconoscere il nostro Statuto, che è la nostra carta costituzionale, significa complicare qualunque percorso funzionale a tenere unita una grande confederazione. E si badi bene: in mancanza di un collante politico unitario e di un sistema di regole condiviso, ovvero dei due strumenti indispensabili a costruire un modello di società diversa – quel modello che era alla base del modo di essere e di pensare di un’organizzazione come la nostra nel suo rapporto quotidiano con il movimento operaio – si rischia di determinare una logica di frantumazione, portando ogni categoria a difendere interessi particolari o le stesse categorie ad aprire logiche di scontro con la confederazione. Sarebbe da irresponsabili dimenticare, durante il nostro Congresso, che le grandi idealità che hanno animato gli ultimi decenni del ‘900 stanno attraversando una crisi epocale; ecco perché senza un collante politico unitario e senza regole, si finirebbe per minare l’intero progetto politico della Cgil.

 

In primo luogo occorre dunque riconnettere il collante politico con il sistema di regole. Ma che cosa pensi della girandola di nomi dati in pasto alla stampa? Di Landini abbiamo detto. Poi è stato fatto il nome di Vincenzo Colla.

Se sto ai due nomi qui citati, il mio giudizio è positivo, perché hanno saputo ben rappresentare la Cgil, l’uno a livello di categoria e l’altro a livello di struttura regionale. Noi di ‘Democrazia e Lavoro’ non abbiamo nemici interni, e non li vogliamo per il futuro. Pretendiamo però il rispetto delle regole. E’ questa la prima grande questione da affrontare.

 

Ma che cosa sta determinando lo “strappo” sulle regole?

Sta determinando divisioni, in primo luogo. Chi non è rappresentato nei due raggruppamenti, in qualche modo “legati” ai due nomi, rischia di rimanere schiacciato. In tutto ciò non c’è confronto sulle idee, e la cornice del dibattito è una logica che punta a salvare soltanto i più fedeli e non i portatori di posizioni politiche. Assistiamo ad uno scontro tra tifoserie, al quale occorre sottrarsi. Per costruire l’unità della Cgil bisogna mettere sul tavolo, una buona volta, strumenti di mediazione che servano a trovare soluzioni condivise. Non è una posizione ecumenica, la mia: credo semplicemente che debbano tornare al centro della discussione congressuale i contenuti, il merito, la proposta politica, la valorizzazione del pluralismo della Cgil, la quale è organizzazione complessa e bisognosa di articolare le capacità di rappresentanza e del pluralismo medesimo, che trae linfa, in primis, dal fatto che siamo un sindacato a carattere programmatico. Per ‘Democrazia e Lavoro’ diventa centrale la necessità di confrontarsi su proposte di merito, a partire da come si costruisce la capacità di contrattazione del sindacato, da come si possa – in un’epoca storica così difficile – operare per redistribuire la ricchezza prodotta dai fattori del lavoro. Dopodiché vorremmo discutere dello sviluppo dei rapporti interni, con l’obiettivo di contribuire alla riforma della Cgil, per non renderla un sindacato burocratico, bensì capace di far vivere la democrazia sindacale, ovvero il ruolo dei delegati delle Rsu. Bisogna ritornare nei luoghi di lavoro, per far contare gli eletti, che sono la nostra spina dorsale, trasferendo poteri dal centro ai delegati. Soltanto così si può articolare una linea politico-sindacale da qui ai prossimi anni. Soltanto così possiamo sostenere la proposta di un segretario generale.

(intervista a cura della redazione di ‘Progetto Lavoro’)