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Il Direttivo nazionale del 27 ottobre è stato tra i più drammatici di sempre: è forte il rischio di implosione

 

Intervento di Nicola Nicolosi, per rimarcare che l’oggetto del contendere non riguarda le personalità in competizione tra loro per la carica di Segretario generale. Contro il caos e la prepotenza dei gruppi maggioritari, va ripristinato il primato delle regole, ad iniziare dal rispetto dello Statuto

Lettera Aperta

Care compagne, cari compagni,

ho voluto riflettere qualche giorno per potermi esprimere con più giudizio e a mente fredda.

Il Direttivo nazionale del 27 ottobre 2018 è stato tra i più drammatici della storia ultra secolare della principale Organizzazione sindacale del Paese. La dialettica interna ha raggiunto toni e conflitti mai visti e il rischio di implosione è molto forte.

L’oggetto del contendere, voglio ribadirlo, non riguarda le personalità in competizione tra loro per la carica di Segretario generale della CGIL; i nomi che circolano fanno riferimento a compagni che dobbiamo considerare risorsa importante per tutto il sindacalismo nazionale.

La questione oggetto di quei conflitti è legata alle norme interne: un grande sindacato che vanta un numero di iscritti pari o maggiore di quello delle organizzazioni sindacali presenti in molti altri grandi Paesi europei ha il dovere di essere governato dalle regole, in applicazione al proprio Statuto (che altro non è se non la nostra Costituzione). In caso contrario, si affermano il caos e la prepotenza dei gruppi maggioritari.

Da sempre, come Sinistra Sindacale, abbiamo guardato con attenzione alle norme che regolano la vita dell’Organizzazione, anche per rivendicare il diritto ad esistere; e noi tutti abbiamo ricordi di sopercherie. Dunque ci battiamo per il rispetto delle regole interne e specificamente del nostro Statuto, che consideriamo il più democratico nel nostro Paese e in linea con la Costituzione italiana!

La Segretaria generale non ha applicato lo Statuto e le sue delibere, facendo venir meno il collante di un’organizzazione complessa e pluralista. NON si può giustificare tale scelta sostenendo che nel passato altri hanno fatto lo stesso (ovvero hanno indicato il nome del successore); ciò significa soltanto che anche altri hanno sbagliato, ma un errore non diventa legge e non viene assunto dallo Statuto. Da qui deriva la nostra paziente opera, il nostro forte e deciso impegno al fine di evitare traumi, conflitti e rotture, che rappresenterebbero un grave danno per la CGIL e per i lavoratori italiani.

La fine delle componenti di partito ha cancellato un luogo di mediazione esterno alla CGIL; per parte mia non sono mai stato interessato a quell’esperienza, che ho sempre considerato da superare, così come poi accadde nel 1991. Quella scelta fu dirompente, volta ad affermare con grande forza che “la CGIL è un sindacato di natura programmatica, un’organizzazione unitaria e democratica che considera la propria unità e la democrazia come propri caratteri fondanti” (cito qui un capoverso del nostro Statuto, perché indica la strada con la forza di un programma politico!). Ebbene, quella scelta entrava nel merito del nostro modo di stare insieme, non fu certo varata per affermare un vezzo leguleio, bensì per stabilire che nella CGIL conta il nostro retroterra democratico e pluralista, fortificato dalle regole comuni e dagli organi statutari chiamati a farle rispettare, e quel retroterra viene prima del destino dei singoli, per quanto possano essere popolari o investiti del ruolo di primus inter pares.

Nel corso del Direttivo nazionale del 27 ottobre si è invece tentato di chiudere il dibattito su questo argomento al grido di “al voto, al voto”, con l'aggiunta di una mozione d'ordine che tagliava 23 interventi. Ricordo che la discussione era iniziata alle ore 15 e la mozione che ho definito con passione e calore “mozione del disordine” è stata presentata prima delle ore 17… vien da pensare dunque alla tirannia della maggioranza come coltre vendicativa!

Nei giorni successivi, sul web e sui social, è successo di tutto, non escludendo offese personali, minacce, etichettature fino a definire chi è “di destra” e chi “di sinistra”.

Fortunatamente, la nostra storia sindacale è chiara e cristallina e non vedo tra noi maestri che possano attribuirci patenti o elargire diplomi. A tempo debito ci schierammo contro la politica dei redditi che programmava la riduzione dei salari, nel 1993; poi contrastammo, nel 1995, la riforma “Dini” sulle pensioni che allungava la vita lavorativa e creava la frattura generazionale (riforma ancora oggi in vigore); fummo poi soli a contrastare la riforma del mercato del lavoro voluta dall’allora ministro Treu, che rendeva il lavoro precario e venne ulteriormente peggiorata dal governo Berlusconi e dal ministro Maroni.

Quelle tre grandi controriforme, frutto della cultura neoliberista, rappresentano un vero e proprio fardello e hanno facilitato il varo della recente riforma “Fornero” durante il governo Monti, scontando l'assenza di iniziativa sindacale anche da parte di coloro che avrebbero avuto la possibilità di mobilitare i lavoratori di fronte all'ingiustizia sociale che si stava consumando.

Ed eccoci ai giorni nostri, al nostro sostegno ai referendum, compreso quello costituzionale.

Noi abbiamo sempre sostenuto la dialettica sindacale incentrata sui contenuti e sul merito, avendo come obiettivo la redistribuzione della ricchezza dei fattori del lavoro e la difesa dei diritti che venivano via via ridotti, a cominciare dall'articolo 18, prima sterilizzato (giugno 2012), con complicità sindacale e assenza di autonomia, poi cancellato del tutto dal governo Renzi. E’ stata dunque giustissima la nostra azione referendaria, ma la mobilitazione fu poco adeguata, eccezion fatta per qualche raro caso meritevole.

Dunque, anche in coerenza con le lotte avanzate storicamente, noi riteniamo utile per tutta la CGIL che la dialettica continui ad avvenire per aree programmatiche. E non per cordate più o meno segrete, e neppure per cooptazione, come avviene spesso utilizzando la paura o l'ambizione personale.

Chi si è sempre schierato contro le aree programmatiche e il pluralismo delle idee non può dire a noi cosa dobbiamo fare: ‘Democrazia e Lavoro’ continuerà il proprio lavoro per ricercare – come abbiamo sempre fatto – convergenze politiche sui contenuti, per costruire una sinistra sindacale più forte che sappia dare energia alla DEMOCRAZIA sindacale rafforzando il ruolo delle RSU e della CONTRATTAZIONE, a partire dal contratto nazionale, per sconfiggere culturalmente e politicamente il welfare aziendale e rilanciare la nozione di UNIVERSALITA' per sanità, scuola, diritti del lavoro e altro ancora.

E sempre a proposito di azioni sindacali efficaci per tutelare i diritti dei lavoratori, va ricordato che abbiamo sempre auspicato l’unità di azione con CISL e UIL, proprio perché riteniamo che il mondo del lavoro possa in tal modo diventare più forte nelle rivendicazioni verso il padronato. Tutt’altra cosa è proporre – come si è letto in questi giorni – un percorso verso l’“unità organica” con le altre due confederazioni, che sono portatrici di cultura e storia sindacale e politica diversa dalla nostra. Va dunque affermata la nostra contrarietà a qualsiasi scorciatoia finalizzata a costruire sul piano sindacale un artificio del tutto simile a quelli realizzati negli ultimi anni dalla sinistra politica, con i fallimentari esiti che abbiamo davanti ai nostri occhi.

La CGIL ha bisogno di gruppi dirigenti sostenuti dai propri iscritti e dalle decine di migliaia di delegati che rappresentano la struttura ossea del più grande sindacato europeo. Dobbiamo agire collettivamente contro un sistema che sta prendendo piede in Europa, in nome di disvalori quali il sovranismo e il populismo: l'unità della CGIL è determinante per il futuro dei lavoratori, della democrazia e di qualsiasi idea di ricostruzione di una sinistra politica, pur nell’AUTONOMIA delle nostre scelte.

 

Nicola Nicolosi

Coordinatore nazionale area ‘Democrazia e Lavoro’ CGIL

 

Democrazia e pluralismo: la CGIL riparta da qui - pdf