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Mondo del lavoro senza rappresentanza. Ma tra chi ha vinto si è alzato un grido: via la legge “Fornero”

Dopo il voto: più radicalità nei contenuti per ricostruire la sinistra

Il dibattito attorno al Congresso CGIL, ferma restando l’autonomia delle dinamiche sindacali da quelle della politica, potrà essere utile a riconnettere l’azione politica e quella sociale, che non trovano più un nesso credibile”

 

di Nicola Nicolosi

Coordinatore nazionale ‘Democrazia e Lavoro’ CGIL

 

Dal risultato elettorale emerge un quadro politico incerto, partendo da alcuni fatti che possiamo provare a riassumere.

E’ evidente che le forze politiche tradizionali evidenziano una straordinaria crisi di rappresentanza, ma non si può sottacere che gli elettori italiani hanno comunque mostrato una forte sensibilità su alcuni temi sociali che ci stanno molto a cuore.

Il Movimento Cinque Stelle e la Lega hanno vinto le elezioni utilizzando, tra i cavalli di battaglia messi in campo per provare a convincere gli elettori, la ferma richiesta di cambiare quanto prima la legge “Fornero” sulle pensioni.

Dall’altra parte, a sinistra, sono stati puniti dall’elettorato, in modo particolare, tutti coloro che hanno presentato incertezze a proposito delle politiche sociali e degli enormi danni compiuti su questo tema negli ultimi vent’anni. Balza agli occhi, a tal proposito, che Liberi e Uguali non raggiunge nemmeno i voti che raccoglieva Sel.

"Contenuti e indirizzi delle relazioni industriali e della contrattazione collettiva"

La sigla ufficiale è prevista per il prossimo 9 marzo 2018.

 Scarica il testo completo in pdf.

L'accordo sulla contrattazione ("Contenuti e indirizzi delle relazioni industriali e della contrattazione collettiva") siglato da Confindustria e Cgil, Cisl e Uil ribadisce "l'autonomia delle parti sociali" e riafferma che le relazioni sindacali sono "un valore aggiunto indispensabile per contribuire fattivamente alla crescita del Paese, alla diminuzione delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito, al miglioramento della competitività delle imprese e all'aumento dell'occupazione". Le parti hanno condiviso la necessità di "far crescere i salari", "aumentare la produttività" e "realizzare forme efficaci di partecipazione". L'intesa si sviluppa su sei capitoli, nei quali si affrontano le ragioni e il contesto generale (situazione economica e trasformazioni di Impresa 4.0). Descrive poi le linee di indirizzo programmatico che le parti hanno condiviso su sviluppo di una nuova politica industriale attraverso investimenti pubblici e privati; strategia di crescita inclusiva basata su formazione, ricerca e innovazione; mercato del lavoro che favorisca l'inserimento, in particolare di giovani e donne; modello di relazioni sindacali autonomo, innovativo e partecipativo. Confindustria e Cgil, Cisl e Uil tornano ad affrontare anche i temi della rappresentanza e rappresentatività, confermando la volontà di dare piena attuazione al testo unico del 10 gennaio 2014, chiedendo anche alle istituzioni di fare la loro parte in questa direzione, e affermando la necessità di misurare anche la rappresentatività delle parti datoriali. Le organizzazioni firmatarie sono convinte che solo se la certificazione della rappresentanza riguarderà tutti gli attori della negoziazione si potrà porre un argine al proliferare dei contratti e relativo dumping contrattuale.

 

"L'attuale disciplina sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali prevede gia' strumenti e misure per modificare le procedure con accordi attuativi tra le parti sociali. Non c'e' alcun bisogno di iniziative legislative, per di piu' in contrasto con la nostra Costituzione". E' quanto dichiara il segretario confederale della Cgil Vincenzo Colla in merito all'emendamento al disegno di legge di Bilancio presentato dal senatore Sacconi, che prevede l'obbligo per i singoli lavoratori di dichiarare l'adesione allo sciopero prima che lo stesso sia effettuato.

 

La democrazia spinta nell’abisso

Un articolo uscito martedì 23 gennaio 2018 sul New York Times, firmato da Mark Weisbrot, afferma che, agendo in modo partitico, il giudice Sérgio Moro ha portato la democrazia brasiliana sull’orlo dell’abisso; aggiunge che Lula è stato condannato in primo grado a nove anni e mezzo di prigione su indizi che mai sarebbero stati presi sul serio in un sistema giudiziaio indipendente, come quello degli Stati Uniti; infine afferma che se un potere giudiziario politicizzato sarà capace di bloccare il dirigente poltico più importante della storia brasiliana, il Brasile vivrà una vera calamità.

Si riporta la traduzione del testo integrale .(Teresa Isenburg)

 

WASHINGTON — Il principio di legalità e l’indipendeza del potere giudiziario sono realizzazioni fragili in molti paesi e passibili di bruschi rovesci.

Il Brasile, l’ultimo paese del mondo occidentale ad abolire la schiavitù (1888), è una democrazia piuttosto giovane, dal momento che è riemersa dalla dittatura solo da circa tre decenni. Negli ultimi due anni, quello che avrebbe potuto essere un progresso storico – il governo del Partito dei Lavoratori/PT ha concesso autonomia al potere giudiziario per indagare e processare la corruzione ufficiale – è diventato il contrario. Come risultato, la democrazia brasiliana adesso è più debole di quanto sia stata dalla fine del governo militare.

Questa settimana, questa democrazia può essere ulteriormente erosa quando tre giudici di una corte di appello decideranno se la più popolare figura poltica del paese, l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva del PT/Partito dei lavoratori, sarà impedito di competere nel 2018 alla elezione presidenziale, e forse incarcerato.

Non c’è molta probabilità che la corte sia imparziale. Il giudice presidente del collegio di appello ha già elogiato la decisione del giudice di primo grado di condannare il sr. da Silva per corruzione come “tecnicamente irreprensibile”, e la capo gabinetto del giudice ha postato su facebook una petizione chiedendo l’incarcerazione del sr. da Silva.

“Pizzardoni” di Roma Capitale: Tra drammatica carenza di organico e aggressioni quasi quotidiane

 

La notizia è di pochi giorni fa: Un operatore della Polizia Locale di Roma Capitale in servizio di pattuglia di notte, aggredito da un motociclista impaziente, che non sopportava di dover attendere in fila la fine dei rilievi di un incidente stradale in zona Prati, ha riportato la frattura di un braccio. In Piazza Cavour, a seguito di un sinistro, era stata chiusa una parte della carreggiata ed istituita una temporanea disciplina di senso unico alternato per permettere di circoscrivere l’area dell’incidente e procedere ai rilievi ed alle misurazioni di rito. Il centauro, innervosito dall’attesa, iniziava con la moto a fare lo slalom tra i “birilli” posti sul manto stradale. Il vigile che interveniva per fermarlo, veniva spintonato e buttato a terra dal giovane motociclista e riportava la frattura di un polso. L’aggressore si dava alla fuga, ma veniva rintracciato e fermato poco dopo. Processato per direttissima, veniva condannato a tre mesi di carcere con la condizionale.

Sembra ed è, purtroppo, una storia di tutti i giorni, anche se la logica dice che non dovrebbe esserlo. La romantica immagine del Pizzardone romano, a volte bonario, a volte rigoroso controllore del caotico traffico romano, non esiste più da molto tempo. I compiti della Polizia Locale si sono moltiplicati in maniera esponenziale a fronte di organici ridotti all’osso non solo a Roma, ma in quasi tutti i comuni d’Italia. Per esempio, gli incidenti stradali, dal semplice tamponamento a quello con drammatico esito mortale, debbono essere, dall’entrata in vigore della nuova legge sull’omicidio stradale, giustamente molto più precisi ed accurati, con lunghe e difficili misurazioni metriche, reperti fotografici, richieste di acquisizioni immagini da eventuali videocamere presenti. Nulla a che vedere con lo “schizzetto di campagna” prodotto ed allegato una ventina di anni fa nella relazione dell’incidente.