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INDISPENSABILE MAGGIORE CHIAREZZA NEL BILANCIO DELL’INPS, SEPARANDO PREVIDENZA DA ASSISTENZA

 

di Nicola Nicolosi - Coordinatore nazionale “Democrazia e Lavoro” Cgil

Nel ’92 l’intervento di Amato sulle pensioni, giustificato con la necessità di salvare l’Italia, ha soppresso l’aggancio alla dinamica salariale media, per cui da allora le pensioni non possono che perdere, e ha bloccato per due anni la rivalutazione dell’inflazione, mai più recuperata. S’è trattato del punto di svolta fra il precedente periodo di acquisizioni previdenziali e l’inizio di una progressiva forte erosione, che ha falcidiato le pensioni, utilizzate come un “bancomat” per tappare i buchi del bilancio pubblico nazionale (ma perché invece non intervenire per recuperare, davvero, l’enorme evasione fiscale?).pensioni
Dopo i continui tagli, proseguiti per tutti questi anni, in particolare dalla rapina della “riforma Fornero”, che ha peggiorato drasti-camente la situazione di milioni di lavoratori, sono stati coronati da una ripetizione, da parte del governo Renzi, della stessa manovra di Amato, ma per un periodo più lungo, e perciò con tagli più drastici di allora.

Sebbene la Corte Costituzionale abbia definito illegittimo tale prelievo (2012-2013) indicando la necessità d’una restituzione, il governo Renzi è intervenuto con una piccola mancia, del tutto risibile, ma ha anche provveduto a cambiare la composizione della Corte, dove è entrato anche Amato, per cui l’ulteriore ricorso contro questa truffa si concretizzerà probabilmente in una sua legittimazione.
La questione centrale è la prevalenza del pareggio di bilancio che cancellerebbe, in nome della competitività, ogni diritto sociale.
L’unico intervento favorevole ai pensionati, in tutti questi anni, è stata l’introduzione della quattordicesima per le pensioni più basse, da parte del governo Prodi.
Nonostante tutto ciò molti giornali continuano a parlare di pensioni elevate, che sottraggono risorse pubbliche ai giovani.
Va ricordato che la previdenza non è non è spesa pubblica ma un accantonamento salariale differito, che le pensioni nette italiane sono fra le più basse d’Europa, che su di esse viene effettuato un enorme prelievo fiscale da parte dello stato (oltre 50 miliardi annui) con percentuali superiori ai lavoratori dipendenti, a differenza dagli altri paesi, dove il prelievo è molto più basso o addirittura quasi inesistente. Dunque non solo le pensioni non sono spesa pubblica, ma anzi costituiscono una parte consistente per le entrate fiscali dello stato, che è anche un evasore contributivo, perché ha trasferito la previdenza
dei suoi lavoratori dall’Inpdap all’Inps senza un adeguato accompagnamento dei relativi contributi, creando così nuovi gravi buchi nel bilancio previdenziale, dovuti non al Fondo lavoratori dipendenti, in equilibrio, ma ai fondi speciali, fra i quali l’Inpdai, che paga altissime pensioni ai dirigenti d’azienda, addebitandone nei fatti il costo alla generalità dei lavoratori. Risulta perciò indispensabile una maggiore chiarezza nel bilancio dell’Inps, separando anche la previdenza, finanziata dai contributi, dall’assistenza (assegni e maggiorazioni sociali), che dovrebbe essere a carico della fiscalità generale, ma è molto comodo scaricare sull’Inps un pesante onere che dovrebbe invece gravare sui conti pubblici.

Si tratta di risorse provenienti dal rapporto di lavoro e dunque occorrerebbe anche un maggior intervento del sindacato, non solo nel controllo ma anche nella gestione: infatti i sindacati meno in crisi sono quelli del sistema Gent, nel nord Europa, che gestiscono anche la previdenza.
Quanto ai giovani, il problema, in un regime contributivo come l’attuale, è quello di creare un’occupazione stabile, garantita, continuativa e con una normale contribuzione previdenziale, e ciò significa eliminare il “jobs act”, che ha reso tutti precari, e le decontribuzioni, che peggiorano ulteriormente le loro prospettive previdenziali future. Tagliare le pensioni non solo non serve ai giovani ma, riducendo i consumi interni, peggiora le loro già drammatiche prospettive occupazionali. Ma danneggia anche i pensionati, perché in un sistema a ripartizione la mancanza di lavoro per i giovani mina la stabilità del sistema e incentiva la loro defezione, perché non avranno alcun beneficio previdenziale. I contributi di tutti coloro che non raggiungeranno le soglie minime per ottenere una pensione, in particolare le donne e gli immigrati, ma anche i giovani precari, andranno semplicemente e finanziare il bilancio dell’Inps. Insomma, una garanzia di mi-seria per tutti! Anche queste soglie vanno corrette.
Tutto ciò ha enormemente ampliato la fascia della povertà dove è confinata la maggior parte dei pensionati. Si tratta di una situazione insostenibile, a cui hanno risposto i sindacati dei pensionati e quelli confederali, presentando ai governi che si sono succeduti una piattaforma rivendicativa unitaria, per rimediare, almeno in parte, all’enorme rapina effettuata ormai da anni nei confronti dei pensionati, chiedendo interventi di equità sociale, la flessibilità in uscita per i lavori precoci e usurati, il sostegno alle pensioni più basse, il cumulo gratuito dei periodi contributivi, il ritorno nel 2019 al meccanismo di perequazione del 2000 e la correzione delle maggiori iniquità e ingiustizie determinate dalla “riforma Fornero”.
Nel verbale del 24 maggio 2016 (su cui la CGIL ha sollevato parecchie riserve in svariati punti, in particolare sull’APE volontaria, che infatti s’è poi dimostrata un flop, e sul rinvio del recupero di parte della mancata indicizzazione al 2019), il governo ha definito alcuni provvedimenti, impegnandosi a discutere, sempre per motivi di bilancio, gli interventi più significativi nella “fase due”, discussi con esiti negativi, per inserirlinella nuova legge di stabilità: prevedeva l’intervento sulla flessibilità in uscita, sulla prospettiva previdenziale per i giovani, sul riconoscimento del lavoro di cura, sulla cancellazione dell’aggancio alla speranza di vita, sulla previdenza complementare e sulla rivalutazione delle pensioni in essere.
La trattativa è bloccata e i nodi più importanti sono irrisolti, perché il governo sostiene che i margini sono stretti e le risorse da mettere a disposizione nella legge di stabilità sono sempre più scarse e non consentono stanziamenti sufficienti ad attuare gli impegni sottoscritti per la “fase due” dal governo precedente nel verbale del 28 settembre 2016. L’aspetto più controverso, in attesa delle previsioni Istat sulla speranza di vita, e su cui maggiori sono le resistenze del governo, è quello dell’innalzamento automatico dell’età pensionabile in rapporto all’aumento della speranza di vita, che dovrebbe arrivare a 67 anni nel 2019, perché l’attuale automatismo determina una crescita illimitata dell’età senza tener conto dell’impatto sociale che provoca, ma l’Italia ha già una soglia di pensionamento tra le più alte al mondo.
Le confederazioni, avendo constatato che le attuali distanze sono assai rilevanti, hanno presentato una proposta unitariain 11 punti, per “superare le attuali rigidità e favorire il turn over generazionale per rendere il sistema previdenziale più equo”. Le richieste riguardano il blocco dell’adeguamento all’aspettativa di vita previsto per il 2019; il superamento degli attuali criteri limitativi previsti nel sistema contributivo, con la riduzione dell’importo soglia di accesso, l’introduzione di una pensione contributiva di garanzia pubblica, il sostegno previdenziale ai lavori discontinui, alle contribuzioni povere, all’attività di cura, studio e formazione; il superamento delle disparità di genere che penalizzano le donne, col riconoscimento d’un anno di anticipo per ogni figlio, fino a tre, anche per combattere il declino demografico, e d’un bonus contributivo per i lavori di cura. Riguardano inoltre l’estensione al settore pubblico della fiscalità incentivante del settore privato, la separazione statistica fra previdenza e assistenza per evidenziare il fatto che la spesa pensionistica italiana è sotto la media europea, la riforma trasparente e partecipata della governance di Inps e Inail, il ripristino della piena indicizzazione delle pensioni introducendo un nuovo paniere e recuperando quanto perso in questi anni.
Ma fra i punti centrali della piattaforma sindacale, discussa in migliaia di assemblee, v’era soprattutto la flessibilità in uscita a 62 anni di età e 41 di anzianità senza penalizzazioni, e questo punto, davvero centrale, è ormai scomparso e si discute ora unicamente sul limite ai 67 anni. Dunque si tratta d’una modifica fondamentale e assai rilevante, assunta senza alcuna consultazione, che ha spostato in avanti l’uscita di ben cinque anni, abbandonando l’ipo-tesi d’una revisione della riforma Fornero.
Ciò significa che la piattaforma unitaria, discussa fra i lavoratori, è stata sostanzialmente accantonata e oggi si tratta solo per limitare i danni della proposta governativa, anche in violazione degli impegni assunti dal governo per la fase due. Inoltre occorre anticipare al 2018 il recupero, almeno parziale delle perdite determinate dal blocco dell’indicizzazione.
I sindacati parlano di una mobilitazio ne, ma gli obiettivi devono essere mobili tanti e coerenti con una diversa imposta zione, altrimenti non convincono nessuno, come è già stato lo sciopero farsa delle tre ore contro la “riforma Fornero”.
Occorre una critica incisiva per come è andata la trattativa. Così non si può andare avanti, con progressivi arretramenti, dopo aver subito ormai da troppi anni, sul tema previdenziale, pesanti sconfitte senza aver avuto la capacità di dare risposte efficaci di lotta. Anche se la CGIL ha espresso la sua insoddisfazione, occorre sostenere con molta maggior decisione le proposte del sindacato, avviando una campagna di assemblee fra lavoratori e pensionati, ricorrendo anche ad una mobilitazione incisiva. La piattaforma unitaria degli 11 punti introduce un arretramento troppo importante delle nostre richieste, che divengono assai meno credibili.
Il nodo centrale è ancora quello del primato dei vincoli fissati dal Patto di bilancio europeo (“fiscal compact”), che comportano, con la “svalutazione interna”, lo smantellamento, più meno rapido, di tutti i diritti sociali e pongono la premessa, in assenza d’una risposta forte del sindacato e della sinistra, per un successo delle forzepopuliste e neofasciste che stanno vieppiù crescendo in Europa.
Dobbiamo avanzare proposte incisive per evitare la dannazione per gli anziani d’un lavoro, anche pesante, sempre più prossimo all’età media di sopravvivenza, o l’ingresso per gli ultracinquantenni nel limbo della disoccupazione nell’attesa ventennale d’una misera pensione, e per i giovani una vita precaria senza sicurezza, reddito e prospettiva di pensione, che è una causa decisiva del suicidio demografico dell’Italia.
Per tutto ciò abbiamo considerato il tavolo negoziale con il governo Gentiloni debole e incapace di riannodare il rapporto con i lavoratori e i giovani colpiti dalla riforma Monti- Fornero. Quella riforma non va emendata ma cambiata radicalmente. Per far ciò non è sufficiente la piattaforma unitaria, che sta creando disaffezione e disimpegno. Ci vuole una vertenza generale sul sistema previdenziale, allocando su questo titolo di spesa una parte della ricchezza prodotta attraverso il lavoro.
La fine del tavolo negoziale con il governo Gentiloni e il mancato raggiungimento degli obiettivi, peraltro molto mediati, ci impongono una risposta chiara e netta contro le politiche economiche e finanziarie scritte nella proposta di legge di stabilità.
Oltre alle assemblee nei posti di lavoro, che vanno decisamente bene perché bisogna costruire consapevolezza e partecipazione dei lavoratori, si deve puntare ad una mobilitazione anche della sola CGIL, non escludendo lo sciopero generale.